
FUORI DAL CORO
(Tributo a Andy Hallett 1975-2009)
Nota dell'autrice: ieri, avuta la notizia, è stata una giornata in cui non ho pensato ad altro. A nessuno, solo al NonVecchio Lorne che se ne va a metà dello spettacolo. E temo che l'emotività questa volta abbia danneggiato la concentrazione e non giovato a queste poche pagine. Ma, se potessi scegliere, se potessi scrivere una sceneggiatura per un'uscita di scena, per Andy avrei scelto questa. Malinconica, incompleta ma incredibilmente naturale e con almeno trenta, cinquanta, cento anni di ritardo rispetto alla realtà. È tutto.
Le mani gli facevano male. Probabilmente era l'artrite... non sapeva nemmeno di poter soffrire d'artrite, era stato il tempo a insegnarglielo.
Assieme a tante altre cose, in effetti.
Gli aveva insegnato a cantare, a combattere, ad amare, a preparare un buon cocktail, a capire... e, infine, gli aveva insegnato che pure un abitante di pylea può soffrire d'artrite.
E avere le rughe.
E le corna ingrigite.
E perdere un poco di verde ogni giorno che passa.
Assieme al tempo stesso, si intende.
Lorne sospirò e posò la bottigla ben turata sul ripiano. Lo specchio dietro gli alcolici lo rifletteva come sempre, con i pro e i contro di essere uno specchio troppo sincero.
Quanto tempo su quella superficie. Quanto tempo dentro agli occhi.
Sospirò, canticchiò un ritornello. Si, meglio, decisamente.
Meglio, a parte il male. Meglio a parte il sentire che il fiato non ritransita più per la gola, sale e non ridiscende.
Meglio, a parte quel riflesso dietro al proprio.
Lorne si voltò, con lentezza. Si stava sedendo sullo sgabello, la chitarra a fianco, i capelli lunghi. E il sorriso dei peccati sulla bocca, come sempre.
“Ciao, Lorne.” - mormorò Lindsey, intrecciando le dita - “Ne è passato di tempo... un secolo, davvero...”
*
“No, ritira i soldi.” - sospirò Lorne versandogli un whisky e sedendosi. Aveva uno sgabello anche da questo lato del bancone. Vecchie giunture scricchiolanti... occorreva attenzione, non solo rassegnazione - “Ai defunti offre la casa.”
Trattenne un secondo sospiro. E si versò un bicchiere dello stesso liquore.
Ai defunti offre la casa...
Lindey sorrise. Un sorso, veloce, la mano già tesa alla bottiglia.
“Anche un secondo?”
“Perchè no... ci penserà qualcun altro a far quadrare i conti.” - Lorne posò il proprio bicchiere senza averlo vuotato. Lo fissò, di nuovo - “Lindsey McDonald... non sei cambiato per niente.”
“Sono morto giovane, Lorne.” – replicò l'altro, quasi affettuosamente. Aveva un sorriso da ragazzino, in eterno - “Ricordi?”
“Forse troppo. Giovane, intendo...” - troppo... e ricordo, ricordo sempre troppo - “Per questo sei qui, ricambi il favore?”
“In un certo senso.” - ammise l'altro, annuendo - “Ma non per il motivo che pensi.”
Alzò la testa, gli occhi azzurri dritti nei rossi del demone. Oh, quanto potenziale perduto, pensò Lorne, con imperfetta lucidità. Il cattivo che ha salvato il mondo... l'uomo che non ha afferrato l'ultimo applauso...
“Hai aspettato. Non mi hai lasciato solo.” - spiegò Lindsey, con lentezza - “Era il mio ultimo istante. È questa la cortesia che volevo ricambiare.”
“Capisco.” - adesso il bicchiere andava vuotato. Tutto d'un fiato - “Davvero...”
“Non ne dubitavo. Hai sempre capito.” - voltò la testa, fissando il locale, una replica perfetta del primo, il porto franco di LA - “Per questo eri il mio barman preferito... Cantavo e non mi sentivo sporco... mai solo...”
Si passò una mano tra i capelli, un gomito sul bancone. E quel sorriso enigmatico che non sembrava appartenergli.
“Quanto tempo...” - ammise, la mano sulla fronte. In quella posizione gli occhi erano troppo trasparenti - “Passiamo tanto tempo dove non vorremmo e troppo poco dove ci sentiamo al sicuro... io non me ne sarei mai andato dal tuo locale.”
E non me ne sarei mai andato in senso assoluto. Ma non ero immortale e non lo sapevo.
“Un complimento, Lindsey?”
“Dovuto, Lorne. Un complimento dovuto.” - replicò. Aveva una pacatezza che gli donava, che forse non era parte del mondo dei vivi e dei suoi turbamenti - “Ci conosciamo da tempo...”
“Il tempo... il tempo è l' amico che mi resta.”
“Non disprezzarlo. È unico.”
Non c'era astio nella sua affermazione. Solo un lontano e palpabile rimpianto. Lorne si sentì stringere la gola, di nuovo. Di nuovo male, di nuovo niente aria in corsa verso i polmoni.
Si può cantare, senza aria? Posso cantare un'ultima volta? Per favore... datemi una melodia, datemi ancora tempo...
“Hai la chitarra...” - disse, incespicando lievemente nelle parole. E lindsey annuì, gettando un'occhiata allo strumento.
“Andavo dappertutto con lei. Ovunque. Non potevo varcare le porte del... non potevo.” - sorrise, complice, la mano di nuovo verso la bottiglia - “Del resto, anche in questo caso, credo che tu meglio di chiunque altro puoi capirmi.”
“Si, posso. Ma ho lo stesso paura.”
“E' giusto. Tutti ne hanno.”
“Tu non ne avevi, lindsey. Non ne avevi.” - la voce si perse di nuovo sul fondo del bicchiere. Lindsey sorrise. E sembrò un lupo.
“Non hai voluto sentirla, vero?”
“Era troppo grande la mia per sentire la tua.” - rispose, in un soffio. Ancora ora sentiva la pistola tra le mani, il rinculo del proiettile, quello del corpo di Lindsey che sbatteva contro la parete. No, non aveva voluto sentire la sua anima mentre se ne andava... temeva di intravvedere la luce, quella luce che Angel si era rifiutato di apprezzare.
“Si, è stato così. Ma è fuggita ben più di una vita da allora, non credi?”
“Più di una vita, ma non la tua, ragazzo. Non la tua.”
Chiuse gli occhi, il nodo alla gola divenne roccia senza suono. Troppo giovane, troppo. E troppo suo sangue sulle mani.
Alzò gli occhi al soffitto, alle luci retrò avvitate e lucidate con attenzione. Lindsey, troppo giovane. Come wes, come gunn, come... come doyle.
“E io sono così vecchio.” - ammise. Sentiva le lacrime, la bocca in un sorriso disperato - “Il tempo.. il tempo che insegna si è portato via tanto. Per ogni gioia, per ogni canzone, si è preso un pezzo di me, un ricordo, un gesto, un istinto. Sono diventato così vecchio in questi anni, talvolta senza accorgermi di nulla...”
E ne avevo così paura, quando percorrevo i corridoi della W&H. Si ha sempre paura di invecchiare quando si è giovani...
E non riusciamo a capire che, se non ci succede, è peggio,
“Peggio, Peggio... peggio del tempo c'è solo il non averne...”
Deglutì, chiudendo gli occhi. Tanto tempo, eppur mi sembra di aver vissuto così poco... e mi sento così ingrato...
“Tu non avevi paura di morire, Lindsey. Ma di vivere troppo tempo e con troppo poco.” - insistette, con lentezza, come se quelle parole strisciassero nella sua mente da troppo tempo per non scivolare fuori - “Era di ciò che avevi il terrore. Una vita senza amore, veder andar via le persone a cui tenevi... una vita senza qualcosa a tenerti vivo... qualcosa come la musica...”
Lindsey tese una mano attraverso il banco. E gli afferrò le dita, in una stretta. Era caldo, solido e inconsistente allo stesso tempo.
“Tu meritavi una vita piena... tutti la meritano. E noi ti abbiamo rubato la chance nel giorno del tuo nuovo inizio.”
“Smetti di soffrirne. Era giusto. Doveva succedere. Scegli la risposta che preferisci.” - Lindsey alzò le spalle, rassegnato, ritirando la mano - “E sappi che non mi è servita una rivelazione in fondo al tunnel. Ho capito il punto di vista di Angel con un attimo di anticipo sulla signora con la falce. Rimanga tra noi che l'ho ammesso.”
“Angel... lui non sa...” - non sa nemmeno dove sono...
“Lo saprà domani. E ti piangerà, credimi.”
“Non ha importanza. Davvero. Sarò solo uno in più nel suo cuore. Era stonato ma, dio, che armonia là dentro. Una cattedrale.”
“Anche Spike dice qualcosa del genere.”
“Lui è...”
“Lui è una lunga storia. Come sempre.” - lindsey ruotò il bicchiere, fissandone il fondo - “Ce ne siamo andati quasi tutti, amico mio. Eppure le luci non sono ancora spente... non ancora.”
Respirò a fondo. E alzò gli occhi verso Lorne. Erano vitrei.
“Non ancora” - ripetè.
“Allora perchè piangi...” - domandò il demone, con lentezza.
“Perchè tu stai facendo la stessa cosa e...”
“Non mentire, ragazzo. Non mentire a chiè più grande di te.”
“Non so, Lorne, davvero. Forse perchè è un addio...” - Lindsey sorrise, una lacrima già in caduta - “Piango sempre quando finisce la musica...”
*
“A ripensarci, però, sono troppo giovane per morire.” - sospirò, infilandosi la giacca. Lindsey gliela porgeva, già con la chitarra in spalla - “Troppo...”
“Tu credi? Non ti lamentare... Hai avuto uno scopo e la musica... è più di quanto possano dire molti. Potevi non avere nulla... potevi vivere senza melodia... potevi essere me...”
Frecciatina. Lorne sogghignò, suo malgrado divertito.
Sempre il solito, lo stesso che suonava al caritas, tanto tempo fa. Innamorato di una vampira che non lo voleva, della leggenda di un eroe e della propria anima irrimediabilmente venduta ma ancora capace di sprigionare sogni con la vibrazione di una manciata di corde.
E lui? Come era il vecchio Lorne che lo accoglieva sulla soglia? Rilassato, fiducioso, amichevole...
Ero davvero così? Lo ero? È tardi per preoccuparmene.
“Tutto vero. Ma musica e scopo ti rendono giovane in eterno. Immortale. Insisto, sono troppo giovane per morire.” - afferrò il bastone, bilanciando meglio il peso - “Sono solo all'ouverture della mia vita... ora lo so. Mi disturba pensare che non farò più parte del coro.”
Questa paura è l'ignoto della prima. Questa paura è il secondo che precede l'attimo in cui si apre il sipario. Lorne piegò la testa e canticchiò piano. La voce roca di Lindsey completò la strofa.
“Ti sbagli... non hai mai fatto parte del coro. Volavi alto sopra tutte le noistre testa, solo che non ci badavi. Ed è il momento del tuo più grande assolo.” - replicò, aprendogli la porta - “Goditelo, senza timori.”
Goditelo. E lascia che questa canzone riempia l'aria mentre l'aria abbandona la tua canzone.
“Andiamo. La ribalta ti appartiene. Per sempre.”
(31 Marzo 2009)

O2
[HouseMD]
di MargotJ
Spoiler per: quinta stagione di Dr.House. Allusioni varie.
Pairing: House/...
Rating: NC17, Slash, Angst
Timeline: post 5x16. Dopo i titoli di coda.
Disclaimer: i personaggi non appartengono ai legittimi proprietari. L’autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non intende violare alcun copyright.
Nota dell'autrice: sperimentazione letteraria. Come promesso alla mia miusa, volevo scrivere qualcosa di brutale, per buttare giù un poco di nervosismo. Fa bene essere perversi ogni tanto. Essendo già di questo avviso, mi sono anche divertita a giocare con uno stile un poco diverso dal solito in cui non è mai del tutto chiaro chi stia parlando di chi. Tanto oggi non ho nulla da fare...
L'ossigeno è l'elemento chimico più comune della crosta terrestre.
Si trova in forma di gas ed è costituito da due atomi O2.
Due.
È necessario per vivere.
Ma un'esposizione prolungata all'ossigeno puro è tossica.
E provoca conseguenze.
Nocebo
Da wikipedia: Nocebo è un termine, contrario di placebo, utilizzato per etichettare le reazioni negative o indesiderate che un soggetto manifesta a seguito della somministrazione di un falso farmaco completamente inerte. Le reazioni negative non sono quindi generate chimicamente ma interamente dovute al pessimismo e alle aspettative negative. Autosuggestione.
Lo aveva trovato in piedi sul gradino di casa con il portafoglio in mano.
Lo aveva guardato pagare la sua 'infermiera' e aveva accettato che gli tenesse aperta la porta.
Come a un vecchio.
Come a uno storpio.
“Non mi chiedi cosa sono venuto a fare?” - lo aveva sfidato Chase, con le mani in tasca, fermo nell'ingresso.
“Sei venuto ad ascoltare il mio respiro.” - aveva risposto House, piegando la testa indietro per slacciarsi la giacca - “Molto romantico.”
Aveva cercato di non pensare al suo sguardo fisso sul movimento rigido del bastone e della sua gamba. Aveva cercato di non sentire come i pensieri di un cervello in fase di snebbiamento stessero nuovamente penetrandogli la mente come aghi.
“Sai, Chase, per una volta potrei accontentarti.”
Sentiva male.
“Vuoi sentire il mio respiro?”
Voleva far male.
“Io conosco alla perfezione il tuo respiro.”
Non riusciva più, dannazione, 'a cercare di non pensare'.
Ma, chiusa la porta, ci aveva provato comunque: aveva cercato di non pensare quanto potesse fargli male nel premerlo contro il muro del corridoio, piantandogli addosso le dita, le unghie, gli occhi. Aveva cercato di non pensare che era così da settimane, mesi, anni e che, a cercare, non c'era ancora nulla degno di tutto questo sforzo.
“Ma che perdita di tempo.” - aveva sussurrato a se stesso, i denti a minacciargli la gola. Altro dolore. Si appoggiò pesantemente a Chase, per restare in piedi. E per schiacciarlo.
Non cercare. Non cercare di. Non pensarci e basta.
“Come sempre.” - aveva replicato il ragazzo nell'afferrargli un labbro tra i denti, con violenza.
Come un lupo.
Sangue. Sangue e alcool.
Un lupo. Un lupo tra i lupi.
***
Sapeva come spogliarlo. Aveva imparato. Le mani si staccavano dai suoi bicipiti il tempo necessario per lasciar cadere i vestiti ma non lui.
Lo afferrava per la cintura e gli bastava una mano per aprire la fibbia e i pantaloni. Con l'altra era un gioco, un gioco di presa e dolore, la sua schiena, la scapola magra tra le dita in un continuo sussulto.
Poi si piegava, le dita strette per posarsele sulla spalla. E si rialzava, le mani a frugargli la vita, il costato.
Premere in certi punti non generava piacere ma bastava a tenerlo in piedi.
E House, Greg, non chiedeva altro.
“Mi senti respirare, dottor Chase?” - aveva domandato, sovrastandolo, trionfante, le braccia ai lati della sua testa.
“Mi stai assordando.” - aveva risposto, in un ansito, senza controllarsi.
Trucchi, giochi di equilibrio, puro calcolo. Menti scientifiche, corpi avvezzi a gesti precisi, accorgimenti imparati sui testi universitari... e nulla che togliesse il gusto del perverso.
“Non è divertente se mi lasci prevaricare...”
“Tu prevaricherai comunque, Greg... divertiti...”
Ma era sempre così, con House. Dovevi pensare fino a sentire male ma... che gusto. Che gusto! Sfida, diagnosi, errore, ancora diagnosi. Adrenalina, drenalina, adrenalina.
“Perchè sei qui, Chase...”
“Dovevi chiedermelo prima di cominciare...”
Oh, si, Chase lo sapeva. Sapeva che certi giorni bastava passargli la cartella di un paziente per sentire il desiderio di chiudersi in un bagno del reparto. E con due giri di chiave.
“Prima...”
“Si, prima.... molto prima. Ora non ha più importanza.”
Oh, si, Chase non si vergognava. Certi giorni lo aveva persino fatto.
Ma quello era lavoro. E al lavoro fai ciò che puoi, poi vai a casa e dimentichi.
Se riesci.
E, se non riesci...
“Filosofeggi?” - sorrideva mostrando i denti, come un predatore. E faceva ancora più male - “Adesso?”
“Perchè no.” - aveva risposto Chase, inarcandosi, andandogli incontro - “Dopo sarebbe... un clichè...”
Se non riesci ricominci da capo. La sostanza non cambia. Sono ancora muscoli, decisioni, sfida e dolore. E adrenalina.
“Tutto è clichè. Basta parlare.” - chiuse gli occhi, mentre il tallone di Chase lo colpiva nuovamente, riempiendolo di dolore. E spinse più forte - “Shhhh...”
Adrenalina, adrenalina, adrenalina.
E l'adrenalina, prima o poi, ti fa scoppiare il cuore.
“Sei... un... “ - contrai muscoli, premi. No, non in quel punto, lo farai soffrire - “...bastardo...”
“Altro... clichè... Robert...”
House si era piegato, cercandogli la bocca.
Chase aveva voltato la testa, senza guardarlo.
Non un bacio. È placebo, lo sai, non vicodin. Non serve a nulla.
***
Allungò le dita, percorrendo la linea del costato. E, quando giunse al livido, semplicemente si fermò, il dorso della mano sull'enorme curvatura bluastra.
“Geloso di Foreman?” - domandò House, voltandosi a guardarlo. Chase era sdraiato a pancia in giù, una mano sotto il mento, con aria pensierosa. La bocca piena, da ragazzino e perennemente imbronciata, era una doppia linea scura su un viso sempre più magro.
“No. Tempo sprecato.” - replicò. Aveva gli occhi persi verso qualcosa di indefinito - “Ti è piaciuto?”
“Mi sono innamorato perdutamente.” - rispose House, guardandolo con attenzione. Ma Chase non diede l'impressione di badarci particolarmente.
Era cambiato, si era indurito. La leggera alzata di spalle che accompagnava molte risposte denunciava uno spregio che non aveva mai manifestato.
Mai prima di essere licenziato.
Mai prima di essere stato colpito, con un bastone, in una conversazione sopra le righe con il proprio principale.
Mai prima di essere stato estromesso, richiamato, sedotto, tormentato, sottomesso, picchiato.
Si, quella linea dura che univa le labbra rendendole un unico inespugnabile cancello l'aveva creata House. E ne era perfettamente consapevole.
Ora gli occhi di Chase lo stavano fissando. Dritti nei suoi. Ma da quanto?
“Ti manda Wilson?” - domandò , ricambiando l'occhiata. E Chase si raddrizzò, quel tanto che bastava da appoggiare sui gomiti, i capelli biondi già a ricadere sul viso.
Greg avrebbe voluto scostarglieli.
“Credevi che non avrebbe mai scoperto chi ti prescriveva il metadone?” - ritorse, deciso.
Greg avrebbe voluto afferrarli e tirarli, fino a farlo gridare.
“Dimenticavo, non mi servono più i tuoi servigi. Ho smesso. Vicodin forever.”
“Si, l'ho sentito dire. È un bene. Ma lo hai fatto per le motivazioni sbagliate.”
Estromesso, richiamato, sedotto, tormentato, sottomesso, picchiato.
Si facevano le cose peggiori per le motivazioni sbagliate.
“Oh, le tue parole colpiscono il mio cuoricino tormentato. Mi affido a te, angelo della medicina...”
“Io non sono Wilson, House. Non sto cercando di salvarti.”
Vero: Chase non era Wilson. Alla fine non sarebbe rimasto.
“E io non sono Cameron, Robert.” - scandì House, con lentezza - “Non sono la soluzione ai tuoi problemi.”
I miei problemi... Chase si sarebbe voluto fare una risata a riguardo.
“Lo so.” - replicò, alzandosi e sparendo in bagno. Trovare i vestiti fu questione di un attimo. Il suono dell'ultimo bottone allacciato si confuse con lo scatto della porta che si apriva.
Chase, il viso umido e i capelli gettati indietro, lo fissò, nel riflesso dello specchio. In piedi, lo stipite a sostituire il bastone.
Nessuna incertezza per quell'alzarsi dal letto e seguirlo che doveva essergli costato un enorme sforzo.
Cercò di non fissare le pastiglie, in flaconi ordinati sul ripiano. Troppi flaconi.
“Ormai è tardi per chiedermi perchè vengo da te.” - mormorò, guardandolo, senza voltarsi - “Ma questo è il momento giusto per chiedermi se voglio andarmene.”
Non sei la soluzione ai miei problemi.
“E vuoi, Chase? Vuoi andartene?”
Non sei la cura, non sei il sollievo, non sei la spiegazione.
“Sempre. Ma posso aspettare.”
Non sei nulla. Ma mi fai comunque male.
“Domattina. Domattina andrà bene.”
Greg avrebbe voluto fare un passo, uno solo e dannato, fino a Chase.
Ma sapeva di non potere. E di poter dare la colpa alla propria gamba.
“Bene.” - mormorò dunque, voltandosi - “Allora vieni a vegliarmi se ci tieni tanto. Voglio dormire.”
E, se smetterai di sentire il mio respiro, non fare nulla. Non sentire nemmeno la mia mancanza. Per favore.
Placebo
Da wikipedia: per placebo si intende ogni sostanza innocua o qualsiasi terapia o provvedimento che, pur privo di efficacia terapeutica specifica, provochi una serie di reazioni dell'organismo derivanti dalle attese dell'individuo. L'effetto placebo è una conseguenza del fatto che il paziente, specie se favorevolmente condizionato dai benefici di un trattamento precedente, si aspetti o creda che la terapia funzioni. Autosuggestione.
Lo aveva trovato in piedi sul gradino di casa con il portafoglio in mano.
Lo aveva guardato pagare la sua 'infermiera' e aveva accettato che gli tenesse aperta la porta.
“Risparmia le tue gentilezze. Non sono vecchio.” - commentò, passandogli sui piedi - “E nemmeno storpio.”
Si fermò, valutando le proprie parole. E piegò la testa indietro, per guardarlo.
“Ah, si.” - si corresse - “Sono di nuovo uno storpio. Contento?”
Wilson sospirò, lasciando cadere la sciarpa sullo schienale del divano. Si avvicinò, posando le dita della mano destra sulla sua giugulare.
“Attento...” - lo ammonì House sentendo le dita della sinistra scivolargli lungo la nuca - “Così vicino stai invalidando il numero delle le mie pulsazioni...”
L'odore dell'alcool era forte sulle sue labbra. E wilson represse un moto di sconfortato nervosismo.
Su di te le vittorie e le sconfitte hanno lo stesso profumo.
“Se il metadone ti sta aiutando devi continuare a prenderlo.” - replicò, in un soffio. E House lo fissò, indagandolo fin nell'anima.
Quando House ti fissava in quel modo avevi l'impressione che potesse strapparti il male da dentro, come un predicatore propenso ai miracoli. Altre volte, come ora, potevi sentire la tua anima risucchiata fuori dal corpo.
“Ma bene... e la tua etica, raggio di sole?”
“La mia etica non conta quanto la felicità di una persona.”
“La mia... felicità...” - sillabava, provocandolo. Ma a wilson non importava.
“La tua felicità.” - aveva confermato, con lentezza rassicurante.
Si fanno le cose peggiori per le motivazioni giuste.
Gli occhi gli erano divenuti densi, le pupille incredibilmente piccole, in barba a ogni droga assunta.
Dopo, Wilson aveva solo sentito il tuono attutito del bastone sul tappeto.
E lo aveva guardato, in attesa.
“Cosa vuoi fare, Greg.” - aveva domandato, in un misto di tristezza e consapevolezza.
Cosa, che non abbiamo già fatto. Cosa, che non ha mai funzionato.
“Andare a dormire.” - aveva risposto House, movendo un passo. La pressione alla coscia stava divenendo un peso, una roccia che si faceva largo tra i muscoli cedevoli, lacerandoli e cristallizzandoli.
Andare a dormire. Sulle mie gambe. Ancora una volta.
“Sei qui per il mio respiro, no? Vieni a sentirmi russare.” - lo aveva provocato, allargando le braccia.
Dormire, dormire e sognare, perchè no. Sognare cellule che si distruggono, sangue che invade tessuti, elettricità che si spande e poi scompare.
Sognare la vita, sognare la morte.
Smettere di respirare. E sognare per sempre.
Wilson si era semplicemente insinuato, sorreggendolo.
***
“Io non posso prescrivertelo. Ma non ho dubbi che Chase lo farà.” - mormorò, slacciandosi la cravatta, posandola ben piegata sul cassettone. Lo intravvedeva, in piedi, davanti allo specchio del bagno. E si voltò, quando la vide la sua testa scattare indietro.
Un colpo secco, le pastiglie giù per la gola.
Nient'acqua. Siamo fatti di acqua. Il veleno ne troverà di certo in giro nel mio corpo, tra bourbon e tutto il resto.
House mantenne la testa inarcata chiudendo gli occhi, le dita ben strette al lavandino.
“Greg...” - quela voce, alle sue spalle. Era già nudo? Quasi? Possibile che i bottoni slacciati vibrassero in quel modo? O erano i passi?
“Chase?” - domandò, ignorando la preghiera contenuta in una sola parola - “Chase è storia vecchia. La sua parola preferita è no.”
“Non ti ha mai detto no. Dice no agli altri quando si tratta di te.” - replicò, incrociando le braccia e guardandolo. Il continuo zoppicare gli stava rovinando la schiena magra, le anche iniziavano ad essere asimmetriche.
Era splendido.
Ma era ciò che sentiva: un leone ormai vecchio.
“Tu invece... i no li dici di persona.”
“Io non sono Chase.” - io posso sopportare gli intrusi. E i rivali - “Ormai dovresti saperlo.”
Lentamente, House abbassò il capo e aprì gli occhi. Nel riflesso, fissi nei suoi.
Non lo dimentico mai. E nemmeno Chase.
Per questo alla fine se ne è andato. Credo.
***
Aveva avuto tante donne. Tante donne e troppe mogli.
Per questo non ne sapeva molto né di passione né di brutalità.
“Perchè sei qui, Wilson...”
“Perchè sapevo che tu, da me, non saresto venuto...”
Wilson aveva mani perennemente calde e morbide. Sapeva usarle.
Aveva una voce bassa, troppo simile a un respiro per non sembrare un portatore di vita. Sapeva trovare le parole.
“Capisco...”
Veniva spontaneo dirgli grazie. Sempre.
“Capisco, davvero...”
“Non ne dubitavo... ma capire non significa nulla se non salva...”
House si mordeva le labbra e taceva. Non un gemito scambiabile per dolore, non un sussulto che scuotesse le fondamenta del loro equilibrio. Galleggiare nella chimica, sentirlo affondare nel proprio corpo.
“Certo, capisco...” - capisco... l'ho già detto, vero?
“No, Greg.. non è vero... questa è una cosa che non puoi capire...”
Respira, penetra, dimentica il resto.
Tu ed io, il ritmo solenne del pensiero.
“Perchè non vuoi essere felice...”
“Lo sono.”
Respira, inarcati, dimentica il momento.
“Non ora. Per sempre.”
“Non esiste il per sempre... i tessuti si disfano, le cellule si deconpongono. E tutto il resto marcisce. Non c'è il per sempre, lo hai studiato sui libri...”
Mantieni gli occhi chiusi. Ti permetterà di dimenticare che sei con me.
“I libri si possono sbagliare...”
“Anche gli uomini.”
Anche gli uomini. Wilson piegò la testa e i capelli gli solleticarono il mento strappandogli il guizzo di una risata.
Gli uomini sbagliano. Sbagliano sempre. E, talvolta, sbagliano insieme.
***
Wilson, sempre al suo fianco, non era lui quando arrivavano alla posizione orizzontale. Era ovunque, ma non con lui.
La sola consapevolezza aveva il potere di farlo eccitare. E, subito dopo, di fargli desiderare ancora droga, alcool, prostitute.
Sei qui per me, da me... ma non con me.
“Povero James, che fa l'amore con se stesso. “ - sospirò, tormentandogli un piede e assestandosi un cuscino dietro la testa.
“Dici?” - ribattè Wilson, alzando una mano e afferrandosi alla spalliera del letto. Intrecciati, affiancati, la gamba di House sotto le sue dita in un leggero e non richiesto massaggio. Piegò la testa, interrogativo - “E' questo che senti?”
“E' questo che comunichi.” - lo corresse, guardandolo. Che clichè, le parole per pagare il sesso - “Sei perso nel tuo senso di amore, nella consapevolezza del giusto e dello sbagliato inevitabile. Sei con te stesso e con la tua bilancia delle azioni... è lei che ti piace far eccitare...”
Alzò le mani, in un leggero tremito. Leggero? Wilson strinse gli occhi.
Non fingi, non mi sbeffeggi. Tremano davvero.
“Posso toccarle i piatti, miss? E il bilanciere... mi permetterebbe di tormentarle il bilanciere? Sono qui apposta...”
“Sei davvero impossibile.”
“Mi piace di più quando mi chiami stronzo. Più appropriato. L'impossibile non esiste.”
L'impossibile non esiste. E non prova dolore.
“Forse pensi. E, se pensi, addirittura ad Amber.”
Wilson non rispose. Abbassò gli occhi, la mano a correre lungo la pelle, la cicatrice in rilievo, indurita come cuoio.
“Non mi piace nominarla quando...” - esordì e si interruppe. Quando cosa?
C'era lei, non c'eri tu.
L'unica per cui avrei rinunciato a te.
L'unica per cui l'ho fatto.
“Quando cosa? Quando tradisci la sua memoria con me?”
Non infierire. Hai trovato il modo di portarmela via, non parliamone più.
“Non lo fare, House. Non fare quello che stai facendo.”
E, quando sono con te, la tradisco. Credo.
“Tu credi?”
“Ho parlato? Credevo di aver solo pensato...”
E, quando sono con te...
“Ah, povero James, che parla solo con se stesso...”
“Non penso ad Amber quando sono con te.” - replicò, piano - “Ma mi sono domandato spesso quanto lei pensasse a te, mentre era con me. Io lo facevo.”
Nessuna risposta. Nessuna sorpresa. Wilson, percorrendo il letto, le mani aperte sulle lenzuola, si piegò su di lui, cercandogli la bocca.
House aprì la propria senza discutere. E chiuse gli occhi.
Io pensavo a te, con lei. Nocebo, dicono i libri che sbagliano.
Non dovresti farmi nulla eppure mi fai male.
“Resterai stanotte?” - domandò, guardandolo, mentre le sue labbra si allontanavano. Sapeva essere curioso nel porre le domande. Ma non sapeva pregare.
“Vengo sempre con l'intenzione di restare.” - rispose, sdraiandosi al suo fianco e afferrando una coperta, per entrambi.
Non mi illudo. Non sei la soluzione ai miei problemi.
Non sei la cura, non sei il sollievo, non sei la spiegazione.
“Buonanotte, allora.” - soffiò, nel buio, senza toccarlo.
Buonanotte, Jimmy.
Non sei nulla. Ma mi fai comunque sentir bene.
E il tuo respiro... sento sempre il tuo respiro. Non privarmene. Per favore.
(08 marzo 2009)

DESERT EAGLE
[SUPERNATURAL]
di MargotJ
Spoiler per: la quarta stagione. Allusioni in generale alle tre stagioni precedenti.
Pairing: //
Rating: Angst
Timeline: post 4x ... diciamo 4x10. Io sono arrivata fin lì e non ricordo in che puntate sono successi parecchi eventi... che non so nemmeno se nominerò :) diciamo solo fic estemporanea, quarta stagione, sicuramente spoilers.
Disclaimer: i personaggi non appartengono ai legittimi proprietari. L’autrice scrive senza alcuno scopo di lucro e non intende violare alcun copyright.
Nota dell’autrice: ho scritto. perchè? Non so perchè. Sono solo fatti miei. :)
Esiste un attimo, quando premi il grilletto,
in cui non succede nulla.
Nulla.
Non senti un suono,
non senti il tuo braccio resistere al rinculo,
non vedi realmente innanzi a te.
Forse, dico forse,
per un attimo smetti di esistere anche tu.
Ma io non mi sono mai soffermato tanto su questa stronzata filosofica.
Nell' attimo in cui premo il grilletto, sono solo impaziente di vedere dove andrà a colpire il proiettile, se finirà davvero dove credo.
E, lasciatemelo dire, difficilmente ho di che sorprendermi.
Del resto, sono vent'anni che prendo la mira.
Vent'anni che cercano di ammazzarmi.
Ne so qualcosa sul centrare il bersaglio.
In tutti i sensi.
Voglio dirvi anche un' altra cosa.
Quell'attimo di nulla esiste anche per chi si trova da questo lato della canna.
Ma, in questo caso, la sorpresa è l'unica cosa che si prova.
L'unica cosa importante.
Poi giunge un dolore fottuto. Ma questa è un'altra storia.
Se vi sparano e sentite male, rallegratevene.
Imprecava, come suo solito. Si teneva una mano stretta alla ferita e imprecava, sibilando le parole, lasciando che la lingua gli battesse sui denti, stretti tanto da scricchiolare. Non assomiglia di certo a papà, pensò Sam posando la propria arma a terra e inginocchiandosi. Papà non emette... no, non emetteva un gemito anche con in corpo tanto piombo da fonderci un cannone.
“Senti male papà?”
“No, Sammy. Fa male solo se gli permetti di farti male. Sii forte e non sentirai mai dolore.”
Stronzate papà. Belle. Ma stronzate.
“Fammi dare un'occhiata.” - mormorò, premendo sulla mano di Dean e piegandosi, alla ricerca del foro di uscita - “Non è dentro, è ok. Alzati.”
lo aveva detto con un vago tono del comando. E Dean, fissandolo negli occhi, si sentì di colpo in vena di rispondergli. E con una certa cattiveria.
Si frenò per un pelo. Cosa avrebbe potuto dire?
Non parlarmi come se fossi mio padre? Non fare come papà?
Credi davvero a quella stronzata di controllare il dolore, Sammy?
Per un' abitudine ormai radicata in ogni sua cellula, si impose di non litigare con il proprio Little Winchester in versione JohnJunior e, con un'imprecazione tutta nuova, tenuto per un gomito, si mise in piedi.
“Andiamo.” - borbottò soltanto, avviandosi verso la macchina. Strisciava i piedi e non gli importava nulla di Sam che gli correva dietro - “Hai gambe lunghe, usale!”
“Dean, ehi!” - Sam lo aveva afferrato per quello stesso gomito stretto poco prima, ma con ben altri scopi. Lo aveva fatto per aiutarlo... ora per ostacolarlo - “Con calma, amico. Stai perdendo sangue come un vitello sgozzato.”
Peggio. Tono conciliante, vagamente preoccupato... si, più da Sammy. Ancora un pizzico di troppo di John... quello troppo saggio.
“Si, Sammy, esatto.” - rispose, annuendo. Ogni cenno del capo, una nuova sperimentazione di sofferenza - “Lo so. Guarda caso, è il mio sangue, me ne potrei essere accorto. Ti va di muoverti adesso?”
Sam strinse le labbra, fissandolo. Alla luce dell'incendio che ancora divampava dalla tomba scoperchiata, Dean aveva occhi vitrei, aria spiritata e, cosa di cui certamente non si era accorto, batteva i denti.
Insomma, era a pezzi. Il che, nel suo caso, si traduceva nell'essere tanto arrabbiati da andare fuori controllo.
Come sempre.
Con o senza papà.
“Dean, smettila ora e siediti!”
“No, signore. Col cazzo, signore! Non mi siederò e non la smetterò fino a quando non andrà in un fottuto ospedale a farsi medicare, signore!”
Sai, papà, forse non ci badavi... ma era rispettoso anche mentre ti copriva di insulti. Del resto, non lo hai mai particolarmente notato, anche se stava sempre sotto al tuo sguardo.
E, d'improvviso, Sam si sentì uno schifo. Uno schifo di figlio per ogni pensiero formulato, uno schifo di fratello per la scarsa comprensione e, adesso, nel frangente 'la battaglia è finita, siamo vincitori ma stravolti', troppo simile al suo granitico genitore per comprendere del tutto Dean. Troppo simile a suo padre per ricordarsi in tempo di essere solo Sam.
Tardi per rimediare. In tutto.
“Dammi le chiavi.” - disse soltanto, tendendo la mano - “Guido io.”
E Dean non si perse a discutere. Semplicemente, gli tirò addosso il mazzo.
“E trovami della tequila, mentre mi tieni il broncio...” - aggiunse, lasciandosi cadere in macchina senza degnarlo di un'occhiata.
Se sentite dolore, significa che avrete un domani.
Nel mio caso, domani sarà un altro giorno in cui cercheranno di uccidermi.
Un altro fottuto giorno.
E di questo, credetemi, certe volte non sono proprio contento.
1
Sam non aveva ben chiaro il concetto di casa. Anche quando stava al college, con una stanza, un armadio al posto che una valigia e una scrivania con i cassetti pieni, si ritrovava spesso a valutare, con un'occhiata, cosa avrebbe portato via se avesse dovuto cambiare aria in fretta.
Istintivamente, i maglioni erano sempre in piano, sullo scaffale più comodo. I jeans, arrotolati sul fondo dell'armadio, raggiungibili con una mano sola. Chiavi, cellulare, coltello a serramanico sulla mensola. Sacca sotto il letto.
Tempo stimato per organizzarsi, soleva ripetersi distrattamente, sei minuti circa. Adios a tutto il resto.
Non esisteva nulla a cui tenesse davvero e raramente, infatti, comprava qualcosa. Ogni tanto una maglietta allo spaccio del campus, per ricordare al se stesso divenuto universitario che non ci si veste solo nei drugstore vicino alle pompe di benzina. Oppure una tazza di ceramica, destinata al dimenticatoio e, puntualmente, a rompersi precipitando dalla scrivania stracarica di libri.
No, non esisteva nulla che per Sam fosse sinonimo di casa.
Salvo una cosa.
La roba di Dean.
La roba di Dean sparsa ovunque rendeva casa anche una camera d'albergo.
E c'erano sere in cui, troppo stanco a dolorante per ragionare con il cervello, Sam si lasciava andare sui copriletto profumati di stantio senza spostare i vestiti abbandonati sopra.
In più, se finiva con il naso in una camicia, meglio. Perchè quello straccio di cotone a buon mercato sapeva di tutta la sua vita, di polvere da sparo, cuoio, grasso militare per fucili. Come suo padre.
“Ti piace questo odore, papà? Ce l'hai dappertutto...”
“E' l'odore della libertà, Sam. Non è sempre piacevole, ma va comunque respirato. Profondamente.”
Profondamente, si ripeteva, chiudendo gli occhi e sprofondando in un sonno senza sogni. E mai, mai, aveva osato chiedersi se Dean sapesse di quell'innocente perversione. O se avrebbe voluto sapere.
Di certo, quella sera meno di altre, Dean sembrava propenso al dialogo. Per un soffio, Sam aveva evitato la porta che suo fratello aveva sbattuto entrando e, ormai all'erta, aveva fermato al volo quella del bagno, impostata sulla stessa traiettoria... Dritta verso il suo naso.
“Dean, devi camarti, ora. Ehi, man, sembri fuori di testa.” - aveva detto, nel tono più incurante possibile, afferrandogli le spalle e obbligandolo a sedersi su uno sgabello traballante. Con lo stesso approccio, aveva stretto il colletto del giaccone, spingendolo verso il basso, per sfilarglielo di doss.
Dean non aveva replicato, dandogli un certo sollievo. Non contento, forse, ma almeno collaborativo, aveva allargato le braccia, ridotto la tensione delle spalle e afferrato l'asciugamano che Sam gli porgeva per premere ancora sulla ferita.
“Non è grave.” - commentò, incoraggiante, Sam, arrotolando la scarsa manica che fasciava il bicipite fino a mettere a nudo la spalla martoriata - “Prendo ago e filo, ti va di levarti la maglietta intanto?”
“No, fuoco.” - rispose Dean, con lo sguardo fisso. Fuoco.
Come all'inferno.
“Lo senti questo sfrigolio, winchester? Sono le tue frattaglie...”
“Lo senti che bel calduccio? Stiamo bruciando le tue ossa.”
Rabbrividì, senza riuscire a frenarsi. E Sam lo fissò, preoccupato.
Cosa vedeva quando gli occhi divenivano di vetro? Cosa... cosa sentiva?
Tornava... tornava nell'abisso?
“Sicuro?”
“Già.”
Ok. ok. È sensato, non dire nulla.
No, Sam non voleva discutere. Ma, quando si chiuse la porta del bagno alle spalle per andare a caccia di un coltello da arroventare, portò la giacca insanguinata al viso e respirò a fondo.
Cuoio.
Grasso da fucili.
Polvere da sparo.
Odore di casà.
Sangue umano.
Papà.
“Stai tranquillo, Sammy. Finchè saremo uniti nulla ci farà del male.”
“Ma noi siamo solo in tre papà, come faremo a difenderci dal mondo?”
“Lo faremo, figliolo. Scoprirai presto come io abbia ragione.”
E' vero, papà. Hai proprio ragione.
Infatti tu sei morto e qui sta andando tutto a puttane.
*
Fuoco.
Era una proposta sensata. Dean se ne rendeva perfettamente conto, seduto in bagno a sgocciolare il proprio sangue sulle piastrelle sbeccate.
Fuoco.
“Cauterizzare, ok? La lama si posa sulla ferita, la ferita brucia, la pelle si accartoccia, coagulazione, fine del sangue, fine delle infezioni. Ok, Dean?”
“Si. Bobby. Mi fa schifo ma ho capito. Come si scrive cauterizzare?”
“Non devi sapelro scrivere. Devi saperlo fare.”
Ok, Bob. Ma forse, nel 1988, avresti dovuto insegnarmi solo a scriverlo.
Respirò a fondo e chiuse gli occhi. Aveva ancora la pistola nella cintura dei pantaloni. La sfilò, sentendo il freddo sulla schiena, posandola sul lavandino.
Il tintinnio del metallo gli sembrò distorto, lontano.
Aggrottò le sopracciglia. E le palpebre si rimpirono di fiamme.
Cauterizzare.
O bruciare carne viva.
Spalancò gli occhi, ansimando. E posò la fronte sulla ceramica. I polmoni sembravano sciogliersi di nuovo, dentro al suo corpo, colare come lava attorno allo stomaco.
Sciolto, come nell'acido. Istintivamente, la mano corse al calcio della pistola. Era calda, le guancette di madreperla sembravano fondersi, come burro.
Magari anche i proiettili...
Diede un colpo di tosse, poi un secondo e la porta del bagno si spalancò.
“Ehi, Dean!” - dissero due mani, afferrandolo. Il resto, Dean non riuscì proprio a sentirlo. C'era quell'altra voce, come sempre.
“Ehi, Dean! Vuoi affogarti in quella bottiglia?”
“Lasciami stare, papà. Stasera voglio solo dimenticare.”
“No, figliolo. Ora cammina, domani dobbiamo occuparci di un nuovo caso. E non serve a nulla dimenticare. ”
Perchè no, papà... domani, se sopravvivo, sarà uguale a oggi.
I ricordi di domani andranno bene comunque, credimi.
*
Lilith teneva la testa di Castiel nella destra. E gli stava sorridendo, nell'alzarla bene, stretta per i capelli.
“Fammi indovinare.” - sputò Dean, beffardo, guardandola nascondere qualcosa dietro la schiena - “Cos'altro hai per me? La mano sinistra è del diavolo, no? ”
“Verissimo.” - ammise lei, movendo il braccio con eleganza. E due ali nere e insaguinate gli furono lanciate sui piedi - “Queste sono tue, no? Lucifero ti invita ad usarle e a volare lontano lontano...”
Si svegliò di soprassalto. Inesatto. Di colpo fu sveglio, gli occhi aperti verso il soffitto. E, a tentoni, cercò la fianschetta sul comodino.
“No.” - disse una mano fresca e ferma, afferrandogli le dita. Sembrava la mano che gli aveva parlato in bagno - “Ehi, come ti senti?”
Dean voltò la testa verso Sam, guardandolo sedersi. Era alto già normalmente ma ora, da quel letto sfondato di molle che cigolavano sotto il loro peso, Dean lo percepiva quasi incombente.
Borbottò qualcosa, chiudendo gli occhi per riordinare le idee. E, quando li aprì, Sam era ancora lì.
Paziente, Sam. In grado di aspettare. E aspettare. E aspettare.
Chissà quando aveva smesso di essere ribelle, focoso, incapace di attendere anche nelle situazioni più semplici. Quando era divenuto così, così muscoloso, così tranquillo e torbido nello sguardo. Quando aveva smesso di dire 'Dean!' con esasperazione per iniziare solo a scusarsi per le menzogne e tentare di corrergli appresso?
“Bh, no, questo lo hai sempre fatto.” - si rispose, da solo, continuando a fissarlo. E Sam gli sorrise, conciliante.
“Cos'è che ho sempre fatto?” - chiese, curioso e, suo malgrado, divertito. Tipico di Dean tornare dalla morte con una battuta.
“Quanto tempo è passato?” - ritorse suo fratello senza vergogna. Gli occhi stavano tornando sfumati, arricchiti di quei triangoli cupi che erano sinonimo di attenzione, presenza. Circospezione.
“Dean ha gli occhi dell'animale braccato. Non del cacciatore. Davvero non te ne rendi conto?”
“Sam, smettila. Qui non c'entra tuo fratello, stiamo parlando di te. Dean è un buon combattente, sa quello che fa. Sei tu che non lo sai.”
“Quattro giorni.” - rispose. Preferiva parlare di sciocchezze con suo fratello che di grandi verità con il proprio padre. Meno ironico - “Ti avevo appena cauterizzato la ferita e... Non so... credo che tu abbia perso troppo sangue, ma non me ne sono reso conto. Sei svenuto, sono arrivato a prenderti prima che ti disfassi i connotati sul lavandino.”
sorrise forzato.
“Avevi la pistola in mano.” - aveva l'impressione che i lineamenti si congelassero, perdendo elasticità - “Per un pelo non ti sei sparato di nuovo...”
“Me la ricordo diversa.” - replicò Dean. Poi, con un cambio di tono - “I miei connotati? Cribbio, Sammy, sarebbe stata una perdita per il genere femminile!”
“Sam è quello alto, tu sei quello carino... chiedo sempre di voi in questa maniera. E capiscono subito, credimi...”
“Ci credo, Lilith. E ora bacia il mio fondoschiena carino, tesoro... si sente solo...”
Vola lontano, Dean. Vola...
“Dean?”
“Sammy?”
“Sono qui.” - rispose, sicuro. Non si era mosso, seduto sul lato del letto, le ginocchia piegate per non battere sul comodino, le mani abbandonate perchè non sapeva dove metterle. La voce di Dean era suonata soffocata, smarrita. E non esisteva nulla che Sam potesse dire o fare, se non ciò che aveva fatto fin a quel momento.
Sono qui, Dean.
Sono qui, mi senti? Non ti lascio solo.
Stai tranquillo, è tutto ok.
Ma Dean non era stato tranquillo e niente, indubbiamente, si stava rivelando ok. Si era mosso, inquieto e stordito dagli antidolorifici, chiamando questo e quello, i buoni e i cattivi, la mamma, papà, angeli e demoni.
Dammi la pistola, Sammy. Dammi la mia pistola, così potrò difendermi.
Non... non mi lasciare Sam. Resta con me.
E... spegni le fiamme. Spegni le fiamme, Sammy!
“Vuoi dell'acqua?”
“Si, grazie...”
Aveva urlato, stretto le coperte, piantato le unghie nelle braccia per cercare di strappare immaginari incendi dalla pelle. Si era scarnificato, senza che Sam riuscisse a impedirlo. E l'impronta della mano di Castiel, resa sinistra dallo sfregio della nuova bruciatura, era sembrata ancora più inquietante, nera come la pece.
Le fiamme mi divorano, sono qui dentro. Sammy, aiutami. Aiutami.
Sam gli porse il bicchiere. Dean aveva troppo orgoglio, da sveglio o da sobrio, per accettare il suo aiuto e lo attendeva già seduto al centro del letto. Perplesso.
“Non erano due?” - chiese, guardando le coperte e le lenzuola. Indubbiamente si riferiva ai letti.
“Li ho uniti.” - alzò le spalle, con aria serafica - “Hai avuto delle notti agitate e...”
Beccato. Altro che orgoglio e dignità.
Sto bruciando, Sam. Portami via.
Stai tranquillo, Dean. Ti tengo stretto... ti tengo stretto, Dean...
Gli occhi di Dean ora lo fissavano chiaramente. E Sam, con la temperatura interna appena raggiunta per la tensione, avrebbe potutto far bollire l'acqua nel bicchiere che stringeva in mano.
“Posso dormire con Dean, papà? Quando sono malato dorme sempre con me... e io guarisco prima.”
“No, Sammy. Resta nel tuo letto. Dormo io con tuo fratello.”
“Allora guarirà ancora prima.”
Funzionava. Ed ora... ed ora non so più come farlo guarire.
“Mi dispiace.” - mormorò, sentendo la vista appannarsi e cercando a tentoni un ripiano su cui appoggiare il bicchiere. Mi dispiace... e non so per cosa - “Non sapevo come aiutarti, se non...”
“E' ok, Sammy.” - lo interruppe. Voce roca, bassa. Con l'angoscia di entrambi avrebbero potuto riempire un mare - “E' ok.”
Allungò una mano, battendo un colpo sul materasso. Suo fratello poteva essere alto, muscoloso, tranquillo. Ma il labbro inferiore gli tremava ancora quando non sapeva gestire se stesso.
“Vieni qui.” - lo invitò, gentilmente. Afferrare il proprio bicchiere gli costò fatica, ma lo fece sorridendo. Sammy aveva bisogno di quel sorriso, ne aveva sempre avuto bisogno - “C'è la partita, no?”
“E non rubarmi le coperte.” - aggiunse, poco dopo, puntandogli un dito contro, scotendo il braccio sano. E gli sarebbe piaciuto usare quello stesso braccio, dopo un attimo, per cingergli le spalle... ma sarebbe stato mostruoso - “Allora, mammoletta, hai visto qualche bel film mentre ero al tappeto?”
2
Dean aveva uncini che lo tenevano sospeso. Il sangue si era coagulato attorno al metallo e, quando Dean si contorceva, si aprivano nuovi tagli irregolari.
Ma a Sam piaceva farne di sottili a fianco degli slabbrati, con la punta arroventata del coltello. Segni di fuoco nella carne viva.
“bello, non credi?” - soleva ripetere, fissandolo con adorazione, alla fine di ogni opera artistica - “Io ne farei ancora un paio... arriverei fino al viso. Che ne pensi? Gli occhi mi sembra stonino...”
E, dopo, come sempre, aveva leccato la lama del coltello assaporando il sangue.
“Sammy, sveglia.” - Dean aveva un modo tutto suo di accompagnare quelle parole: con un colpo, ben dato, sul suo ginocchio - “caffè e biscotti appena sfornati per te. Colazione a letto stamattina.”
“Davvero?” - sbadigliò, rintronato e perso in un attimo senza ricordi. Un attimo troppo breve, si rese conto, tornando alla consapevolezza dei propri incubi.
“No, certo. La pizza di ieri sera, se proprio vuoi.” - Dean era quasi offeso dalla sua innocenza. Si stava infilando una maglietta, con movimento spaccone - “Ti muovi?”
“Riaprirai la ferita, se ti vesti in quella maniera.” - ribattè Sam, di rimando, strofinandosi la faccia e tirando indietro i capelli.
Flash. Ancora. Dean agli uncini, innanzi al viso. E il passarsi la mano sul viso per spalmarvi il suo sangue. Sghignazzando.
Mascherò l'ondata di nausea con un colpo di tosse e si sedette, alzando la testa e fissando il soffitto. Macchie biancastre sull'intonaco. Meglio non sapere.
“Dannazione.”
“Appunto.” - Sam si alzò, precipitosamente e si piegò, per guardare la fasciatura. Diveniva rossa, e anche con una certa velocità - “Non dovrebbe più farlo, Dean, noi l'abbiamo...”
“si sanguina anche bruciati vivi.”
“Come?” - Sam rimase impalato. E Dean si divincolò, con rabbia.
“Nulla. Non ascoltarmi.” - non era stata una risposta, era stato un ringhio.
La porta del bagno, immancabilmente sbattuta, aveva fatto da colonna sonora.
“Tu non sai cosa vuoi, Sam.”
“E forse dovrei prendere esempio da mio fratello? L'ho faccio già, ma per motivi più importanti dei suoi, signore. Dean sa cosa sia importante, Dean...”
“Non esiste nulla di più importante della caccia, ragazzo. Nulla. Io lo so. Dean lo sa. E tu?”
Stia zitto signore. Per una volta, una sola, chiuda quella fogna di bocca.
*
Aveva caricato la macchina in malomodo, gettando le sacche alla rinfusa tra le armi. Poi aveva cercato di rimediare al disordine, prima che Dean vedesse il prezioso bagagliaio della sua preziosa macchina trattato come una discarica. E, quando aveva rinunciato, si era infine rassegnato a fissare Castiel dritto in faccia.
“Stai sbagliando fratello.” - sospirò, finendo di incastrare un rotolo di fune dietro il borsone delle munizioni - “Io sono quello che parla con i demoni...”
Castiel non rispose. Sedeva sul tettuccio dell'Impala, le ginocchia divaricate e lo sguardo assorto.
“Viaggi seduto lì sopra?” - non aveva resistito. E, di tutta risposta, l'angelo aveva incurvato la bocca. Una virgola di sorriso. Terrificante.
“Sono qui perchè tu possa ringraziarmi.” - comunicò, con educazione. E Sam chiuse con un tonfo il bagagliaio.
“Per cosa? Per non avermi ucciso? Perchè non mi hai fatto toccare da uriel?” - sputò, indeciso tra la furia crescente e la consapevolezza di fare uno sbaglio madornale. Per aver lasciato quarant'anni mio fratello all'inferno prima di decidere che andava salvato? - “Ti prego... per l'amor di dio... parlami!”
“Mi devi la vita di Dean.”
“Te la devo? Non l'hai fatto per me, se non sbaglio.” - taci, taci, taci figliolo. Mi spiace papà, non riesco a smettere - “Lo hai fatto per i sigilli, per la battaglia e tutte quelle stronzate. Non per me.”
Prese fiato, sbalordito da ciò che stava per dire. No, lo aveva già detto.
Sbalordito per la propria esasperazione.
Quando ho smesso di... quaando ho smesso di essere me stesso?
“Non lo hai fatto per me.” - aggiunse, esitando. Mi morderei la lingua, ora.. ma ho paura che il sangue uscirebbe nero - “Per molti motivi... ma non per me di sicuro.”
Castiel non aveva battuto ciglio. Eppure, quando dischiuse le labbra, Sam era già pronto al peggio. Se lo sentiva, quel peggio, fin dentro a quella preziosa spina dorsale che l'angelo stava per sfilargli dal corpo.
“Non mi riferisco al ritorno.” - replicò, incolore - “Mi riferisco alla sua vita. Ho deviato io il proiettile, l'altra notte.”
*
Ho deviato io il proiettile, l'altra notte.
Quale notte? L'ultima? Quella davanti alla tomba, con un folle che ci corre incontro sparando mentre cerchiamo di bruciare le sue ossa?
Era uguale a ogni altra precedente. Ce la siamo sempre cavata. Vuoi davvero farmi credere che questa volta sarebbe potuto essere diverso?
“Lo sai che può essere diverso.” - rispose Castiel, immobile. Ancora sul tetto dell'abitacolo, ancora a mani intrecciate e ginocchia divaricate - “L'Illusionista è stato esuriente a riguardo. Dean può morire. Non gli serve un patto perchè accada. Dean può morire in ogni istante.”
il muscolo della mandibola di Sam ebbe un guizzo. E il ragazzo, consapevole del proprio irrigidimento, dei denti pronti a sbriciolarsi uno contro l'altro, si impose di restare lucido.
Dean può morire in ogni istante.
“Voi lo manterrete vivo, immagino. Fino a quando non smetterà di servirvi.”
“No.”
“No? Allora cosa accadrà? Gli spalancherete le porte del paradiso in un lampo di luce?”
“Se morirà prima del tempo, non ci saranno porte da spalancare. I cancelli, divelti, pioveranno dal cielo sulla terra. E l'umanità non stenterà ad accorgersene.”
“Io ho aperto i cancelli dell'inferno e l'umanità non si è accorta di nulla.” - rispose, furente. L'angelo giocava con lui... e soffiava sulla sua disperazione, alimentandola.
“Lo so, generale degli abissi.” - mormorò l'angelo, alzandosi in piedi. Le sue ali nere oscurarono il cielo e l'ombra di Sam scomparve, inghiottita. Per la prima volta, in vita sua, Sam ebbe paura del buio - “Nessuno di noi può dimenticarlo.”
Generale degli abissi.
Non osò replicare. Il poco catechismo dell'amico di suo padre baluginò in fondo alla mente, ina una luce lieve e rosata. Gli angeli illuminano il cammino, gli angeli perdonano e sostengono.
Gli angeli ti stringono, nei giorni dell'oscurità.
“Papà, tu credi che io abbia un angelo? Perchè certe volte sento di essere cattivo...”
“Tutti hanno un angelo, Sammy. Solo che cammina con te, qui sulla terra, perchè osservarti dall'alto dei cieli non è abbastanza sicuro. Il tuo angelo è Dean. E lo sarà anche quando sarai cattivo, te lo prometto.”
Il tuo è Dean. Papà, sapevi? Oppure giocavi al padreterno...
“Io... io rinnego quel titolo.” - respirò a fondo, sentendo il proprio cuore dilatarsi con prepotenza e occupare ogni spazio nel torace - “Io combatto il male. Lo combatto.”
Inutile. Castiel era svanito.
*
“Sei in ritardo.” - Dean strappò un altro pezzo di cerotto con i denti e lo premette sulla fasciatura - “Ho delirato per giorni, come mai non ti ho visto nei miei incubi?”
“Avevo altro a cui pensare.” - replicò Castiel, restando appoggiato allo stipite della porta.
“Problemi con i sigilli? Qualcosa che è meglio io sappia?”
nessuna risposta.
“Si.” - Dean sorrise, piegando la testa e fissandolo, sarcastico - “Lo immaginavo.”
“Ho scambiato due parole con tuo fratello.”
“Sammy?” - aggrottò le sopracciglia. Poi si riprese - “Bhe, l'angelo sei tu, se ti fa piacere, parlagli. Non credo tu possa avere una cattiva influenza su di lui.”
“E se lui l'avesse su di te?”
“Impossibile. Io non lo ascolto mai.”
“Potrebbe volere quel titolo, un giorno... porsi a capo delle orde infernali...”
“Potrebbe. Ma non lo farà.”
“Tu credi?”
“Io non ho bisogno di credere.” - un altro strappo netto, con i denti. Quasi lacerasse delal carne - “Io lo so e basta. E poi, tu lo hai detto. Io posso fermarlo al tuo posto, se lo ritengo necessario.”
“La domanda, Dean, è ... lo farai? Lo farai quando sarà necessario?”
“Non.. mettermi... alla prova.” - un sibilo, quasi, tra le labbra. Una minaccia, oppure una preghiera difficile da formulare. Era difficile a dirsi - “E poi, credo che tu mi abbia salvato per questo motivo, l'altra notte.”
Così come aveva offerto un sorriso a Sam, Castiel ne dispose uno identico per Dean. Ma, indubbiamente, con maggior complicità.
“Me ne compiaccio, Dean... davvero.” - ammise, con tono genuino. E Dean si rilassò, abbassando lo sguardo sulal propria medicazione. Se ne fotteva di come l'altro ascoltasse i suoi pensieri. Che sentisse pure.
Ci sono volte in cui sei un peso. Ma, in altre... tu sei il mio sollievo.
“Signore... papà.. tu credi che esista qualcosa in grado di portare la pace? Anche solo per un attimo...”
“Non siamo nati per essere in pace, figliolo. La pace non appartiene a questo mondo.”
“Nemmeno i demoni che affrontiamo.”
“Ed infatti li cacciamo. Senza nessuna pietà.”
Forse, papà, ora che ci penso, a forza di cacciare mostruosità fuori dai nostri confini, abbiamo preso a calci anche la salvezza.
“Anche Sam pensa molto a vostro padre....” - mormorò l'angelo.
Dean attese pazientemente il resto della frase. Ma Castiel, sedendo sul lavandino, un ginocchio piegato, la testa inclinata verso chissà quali pensieri, non si sentì in dovere di proseguire e di spezzare quel silenzio vischioso di senso di colpa.
“Dean... Ogni volta che ricordi tuo padre, onori la sua grandezza. Non smettere mai di farlo, per nessun motivo.”
“E' un comandamento, Bobby ... ma, mi spiace, credo di averlo infranto assieme agli altri nove.”
Poi, tra un battito di ciglia e l'altro, si ritrovò solo, in bagno, con gli asciugamani intrisi del proprio sangue.
*
Spacconeria a parte, Dean era perfettamente consapevole di non poter guidare senza rischiare la pelle. E di non poter dormire senza rischiare la ragione.
Per tanto, stretto nella morsa, costretto a fissare sam al volante e a ignorare la testa evanescente e il senso di malessere, Dean si era imposto di restare in silenzio, evitando accuratamente i gemiti di dolore per la guida fraterna e le lamentele velenose per la propria disturbante ferita.
O, forse, era il contrario. Ma non aveva importanza. Dopotutto, sempre di sofferenza si trattava.
Sam, per motivi che Dean intuiva come opposti e contrari, taceva alla stessa maniera e fissava la strada sbattendo raramente le palpebre. Era teso, indurito da una palpabile irritazione. E Dean, paziente più per disciplina che per indole, capì presto che non avrebbe resistito al cercare di farlo sbottonare.
“Allora, Sammy, si dice in giro che parli con gli angeli.” - disse dunque, incurante, cambiando per l'ennesima volta emittente radiofonica - “Sicuro di non essere pazzo furioso?”
I freni fischiarono. E Dean sentì, sotto i piedi, sassi e terriccio schiantarsi come proiettili sul fondo della macchina.
Sam si era voltato verso di lui, furibondo, una mano ancora stretta al volante.
“Dice che ti ha salvato per farmi un favore. E che non l'avrebbe fatto per nessun'altra ragione. Solo per me.” - era teso, irritato e, Dean non aveva bisogno sottotitoli per capirlo, spaventato. A morte - “E ora dimmi, Dean... a parte quella stronzata che mi diceva papà sul fatto che mi avresti sempre protetto, c'è qualche motivo karmico di cui debba essere informato?”
Ecco. Il classico momento fratello/fratello.
Un mare di parole da dire. Un fiume di comprensione da far scorrere.
Una montagna di segreti da accumulare.
Nei serial televisi, forse.
“Allora pensi davvero spesso a papà.” - commentò, guardandolo in faccia con aria quasi svanita. E sam si voltò, picchiando le mani sul volante, prima di appoggiarci anche la fronte.
“Perchè non dovrei.” - la voce era soffocata. Ma di bile, più che di dolore - “Ho sempre adorato litigare con lui. E odio litigare con te.”
E, quando ho voglia di urlare, con chi credi che possa prendermela?
Anche Sam pensa molto a vostro padre...
“Ehi, papà. Pensi mai alla mamma?”
“Le parlo di continuo. Anche quando non vuole rispondermi.”
“Davvero? È perchè non vuole risponderti?”
“Perchè so quali sono i miei sbagli eppure mi rifiuto di cambiare. Ed ora vatti a lavare i denti e raccogli le tue cose. Dobbiamo partire.”
“Sammy.”
Nulla.
“Sammy, guardami.”
Gli aveva ubbidito. E gli occhi verdi ora lo scavavano, come coltelli. Come uncini roventi.
“Urla contro papà finche ti pare. Aveva le spalle larghe da vivo e non credo che da morto sia diverso. E ha detto parecchie stronzate in vita sua.” - concesse, con tono piatto - “Ma questa non lo è. Io ti proteggo, sempre. E me ne frego che tu sia malvagio.”
Me ne frego. Ti proteggerò fino al giorno in cui dovrò fermarti. Quel giorno, Sam, non avrò che un motivo per continuare vivere: cercare un modo per riaverti, per poter continuare a proteggerti.
“Dean, devo andare. Occupati di tuo fratello.”
“Si, signore.”
“E ora metti in moto. La mia bambina non si merita tutto questo fango nelle sospensioni.”
Esistono attimi in cui, mentre ti volti di scatto,
non sembra succedere nulla.
Nulla.
Non provi paura, non registri il pericolo, non comprendi.
Dura solo un secondo e, se hai davvero sangue freddo, quel secondo basta al tuo cuore per prendere in giro il tuo cervello.
Non hai voluto vedere, idiota. Eppure io sono qui che urlo... urlo, già.
Nell'attimo in cui il cervello comprende,
tutto si ricompone, le particelle si riuniscono. E noi vediamo.
Io vedo.
Vedo Dean in un lago di sangue.
Vedo papà riverso sul pavimento.
Vedo jessica sul soffitto.
Penso alla mia mamma.
Mi sento urlare. Mi sento piangere.
Il caffè mi cade di mano, esplode. Lilith scompare. C'è il fuoco.
Poi rimane solo l'incubo.
Certe volte posso difendermi.
Altre volte...
Altre volte no.
“E' una DesertEagle, vero?” - domandò Castiel, percorrendo la canna della pistola con un polpastrello.
“E' esatto.”
“Ma non è la tua arma.”
“Occorrono mani forti. E precisione.” - replicò Sam, posando i caricatori in fila - “E' più adatta a Dean che a me.”
Sospirò, posando lo straccio e voltandosi verso l'angelo, in piedi a suo fianco.
“Per ciò che vale, ho capito.” - disse, con calma - “E ti sono grato per aver salvato la vita di Dean, l'altra notte.”
Hai salvato la mia. Oggi, perchè sia salva domani.
“Lo so... io non valgo nulla.” - aggiunse, afferrando quel silenzio come un'occasione per spiegare. Per smettere di mentire - “Nel grande schema delle cose, il mio posto è l'unico che non voglio, ma non sono uno stupido. Lo so.
Mi scopo i demoni, mentre mio fratello fa l'amore con gli angeli. Sono tornato dalla morte per gli inferi e mio fratello per il paradiso. Non sono uno stupido, Castiel. Mi è concesso intravvedere qualcosa, dopotutto...”
Qualcosa... ma cosa...
Castiel non annuì e non rispose. Ma il polpastrello ripercorse, a ritroso, la propria scia.
“Hai ragione... la tua mano è più adatta a una Colt.” - mormorò, infine, voltando la testa e ricambiando il suo sguardo - “Ma stai attento al bersaglio, Sam Winchester. Stai molto attento.”
“Lo sono sempre.”
Castiel annuì, pensieroso. E allontanò la mano dall'arma.
“Ricorda le mie parole. Questa è la pistola che potrebbe ucciderti, generale degli abissi. Abbine cura, perchè non si inceppi.”
La frase penetrò con lentezza in lui, come miele, denso, viscoso. Ma Sam la assaporò comunque, sentendola dolce tanto da nausearlo.
“Abbiate cura delle armi, ragazzi. Un giorno potrebbero salvarvi la vita.”
“Si, signore.”
“Lo farò.”
Lo disse. Ma era già solo.
Lasciatemi aggiungere un'altra cosa.
La paura è l'attimo in cui senti dei passi alle tue spalle.
Puoi scegliere.
Comincia a correre.
Oppure voltati. E inizia a combattere.
Inizia a vivere.
E domani... domani ricomincia daccapo.
(27 novembre)


« Belle, est-ce le diable qui s'est incarné en elle. »